martedì 10 aprile 2012

Giochi proibiti


Brucia la pelle
Sotto lo scudiscio
Sottile come la perfidia
Di questi anni “innocenti”.
Maledette e benedette
Queste scale,
quando il buio o la penombra
le rende diafane
come la piccola figura
che scende a giocare
con le mie incertezze
e a svegliare i miei umori
di “fanciullo in fiore”
Ma da adamo ed eva ad oggi
Il gioco delle parti
È offesa mortale al celo
E quindi l’unico rifugio
Resta il cesso di casa
Dove restare per ore
In pianto assisso.
Fino all’arrivo delle sera
E delle voci concitate
Nelle anguste stanze umide.
Forse ci sarà
Il sospirato perdono,
ma intanto resta il segno
rosso porpora
sulla pelle e nell’anima.

Firenze 22.8.06


Libera uscita


Ha il naso all’insù
Ed è a 150 cm. da terra.
E ripassa più volte sotto la volta
Futuribile della station
Senza colpo ferire.
E viene il momento
Dei tremiti sotto la divisa
Dell’emozione
Che soffoca il respiro
Poi il salto nel vuoto
Si va come sulle nuvole
E l’ascensore è vecchio,
fatiscente, ma che importa
la febbre del sabato pomeriggio
e’ più forte di ogni rabbia
esistenziale.
20.000 lire di sogni
e un sovraprezzo d’amicizia,
quindi il vuoto, sottovuoto
e i grilli ancora dormienti
benché il sole sia stipato
dietro la volta dei vetri sporchi
e già lasci il terminal dei bus verdi.
Anche stavolta ho dato fondo
Alla mia voglia di uomo
Anche se solo per qualche
Deprimente minuto.
Bay, bay bambolina
Troppo vecchia per essere giovane
E troppo fragile per essere te stessa.
Nonostante il tuo metro e poco altro
Hai iniziato ai segreti d’amore
Un fante disperato.

Firenze 21.8.06

Via Foria


L’ascensore corre veloce
Sui binari a muro
Del vecchio grattacielo.
Abbiamo finito
Di biascicare lunghe ore
Di numeri,
gradevolmente distratti
dalla segretaria diurna.
La legge del fumo
Era di la da venire,
perciocché ogni giorno
si fa bucato e bestiemme.
Stropicciamoci gli occhi
C’è il “ferrarino” bianco
Del padroncino cirrotico e nevrotico
Che odia la pausa pizza e birra.
Ma tant’è, si muore di noia
A lasciare che i piccioni
Sciolgano i loro escrementi
Sui vetri a doppio strato
Mentre il vento flette
Quest’osso di seppia
Di cemento armato.
Non ci angustiamo
C’è da servire più di un’amante
In cambio di due dischi al vinile,
e poi c’è da sentire il notiziario
che indica sempre tempo brutto
sul Tirreno, fa nculo
anche domani niente mare!

Firenze 17.8.06


Algebra a pranzo


Che bastardo quel compagno di classe,
ha stretto un patto
con la fortuna in amore.
Il fatto è che a me manca
Anche quella al gioco,
e perciò non mi resta
che guardare oltre il campanile
della chiesa della piazza
e gustare il più vuoto nulla.
E lo stomaco protesta
Con il teino delle sei del mattino
E in sopranumero, fioccano
I rimproveri per la poca volontà
Applicata alle regole matematiche
E per l’ateismo incipiente
Che fa incazzare il pretino
Fresco di nomina.
Lasciatemi almeno il mito
Dello studente anarcoide e contestatario.
Non lascerò nulla di intentato
Per rubarvi un po’ di senso comune,
e poi la friggitoria all’angolo
fa degli ottimi panini imbottiti
di illusioni e frattaglie di bue.
Ripassiamo la lezione
E i teoremi del più del meno,
intanto, qualcuno più furbo,
fa fatti e non parole,
azzannando l’ennesima preda.

Firenze 17.8.06


Per chi ha smesso la divisa


Sfogliamo insieme
Pagine di metafisica,
mentre un’isterica cagnetta
rotea intorno alla nostra pazienza.
E non manca l’ultimatum
Della fanciulla in fiore
Che segna il confine
Tra il magico e il banale.
E fa specie tu abbia scelto quest’ultimo.
Il gruppo di sciolse
Cospirando amorevoli rivolte.
Poi un lungo silenzio di anni
Ha lasciato cadere il discorso
In un angolo del pianeta
Senza problemi di struttura
Esistenziale e culturale.
Butta via i pieni e i vuoti
Della fantasia globale
E spezza la parabola
Dello scetticismo dei laici.
Coltelli, fratelli
Di scorribande in mosaici di terme
Greco-romane
E bestemmie dei tanti pellegrini
Del nuovo avvento.
Ma torniamo a parlare di noi,
e accetti una sconfitta annunciata,
arroccandoti nei rimpianti
che sanno di occasioni perdute.
Ma tanto è tardi, quanto le ore della notte
sono piccole.

Firenze 16.8.06



Biechi di sbieco


Controllo sottile
Sui denti di tigre!
Ed è bruciato il mantello
Della strane follie!
Il girotondo
Segue il patimento commosso
Di chi cerca di vivere.
E’ assurdo godere
Del dolore degli altri
Ma a volte non resta altro
Per sentirsi qualcuno.
Siamo scesi a compromessi
Oltre che nel fondo delle balere
A cercare fortuna,
ma le buone ragazze di famiglia
vendevano cara la pelle
e si tornava allora nei pomeriggi
ad alimentare fantasie represse
e deprimenti racconti
di favole inespresse.
Accontentiamoci dei libri
Che sono pochi e leggeri
E intonsi (c’è fresco profumo di stampa)
E sentiamoci eroi
Per un bastone celato
Nella manica del soprabito.
Qualcuno ha cantato per anni
Non so quale misura d’amore
E l’abbiamo sviscerato
Fin nelle più intime note,
ma il preludio è sempre lo stesso,
manca l’andante con moto.
E sì che l’epoca è di quelle
Disssssolute!!! Del prendi e mangia.
Ma i denti di tigre, nel frattempo,
sono diventati bracciali naif.

Firenze 16.8.06


Tratto di penna


La smettete di ridere
Con quel cuore aperto
Come un trapianto imminente!?
Siate discreti
Qui c’è qualcuno che si nasconde
Per non finire in bocca al lupo,
crepi!
Qualcuno ha il mio stesso nome
E però solo questo ci accomuna.
Non sono preparato
Sui calzini dei cardinali,
ma sugli slip della vicina di banco, si!
Fate una domanda
Su quello che non so
E l’insufficienza è assicurata.
____________________

Che contorta gincana
Gli strascicati chilometri
Di strada ferrata
E pensare che le chiacchiere non pagano,
ma il desiderio è forte
e la volontà è contro le regole.
Tutto l’arcipelago dei miei anni
Di geografica memoria
Non è pane per i miei denti.
__________________

Ma, come si dice?
Salto di palo in frasca
E scavo tutto l’arco costituzionale
Come gallerie a tutto sesto
E lascio che le cattedrali
Crollino sotto il peso dei miei giorni.
Butto lì una scommessa!
Farò il venditore ambulante
Di me stesso.

Firenze 16.8.06


Patrizia 2


Seguendo la scia di profumo
Dei suoi capelli raccolti
Gustai il sapore
Della sua pelle
Fra una panchina
E una bitta di pontile.
“Forca a scuola”
ed il coraggio di violare i tabù
prevalse sulla viltà
delle cattive abitudini.
Eppure mi avevano avvertito
Che tutto ciò che è bello
Contiene l’inganno,
è passato sopra ogni cosa
il rullo compressore
dei ritmi frenetici da discoteca,
due parole scambiate
per darsi reciproca illusione
e poi il ritorno del guerriero
un mattino,
e il saluto freddo
come di un boia prezzolato.
Rilanciamo la scommessa
Come un bluff a poker,
a quando il prossimo tradimento?

Firenze 11.8.06




giovedì 16 febbraio 2012

Notte brava


Fradicio di spuma
Di una bibita amara
Alla mezzanotte di un anno
Che non ricordo.
Ho riso fino alle lagrime
Con chi non ha mai
Creduto che la gioia
Sia legata a momenti di gloria.
Sarà stato l’ennesima fine d’anno
Ma ne avrei vissuti ancora
In luoghi e tempi diversi,
quando pensavo
che sarei giunto
al limite del possibile,
ho scoperto che la via
continua oltre il confine delle parole
e i sentimenti saltano
come tappi di champagne.
Qualcuno ha provato a scindere
La mia integrità,
giocando sull’istinto primordiale
che avvinghia in forti spirali
il godimento del corpo;
ma il grido è fuggito
oltre le ombre della paura
e la porta serrata è stata aperta
dopo lunghe ore di angoscia
e panica solitudine.
Il coraggio della verità
Incatena i suoi schiavi
E li condanna ad essere
Veramente liberi.
Ma a che prezzo!

Firenze 9.8.06


Il cardo mariano


Rovistare la pelle
Per trovare i pori
E respirare la storia
Di quattro salamelecchi
Con i quali si salutava
Alle 8 del mattino.
Il te era freddo
Nella piccola tazza di vetro
E a nulla valeva la premura
Con la quale si accingeva
A rendere più gradevole
Il risveglio.
Il tremore, che non era da freddo,
suscitava conati di vomito.
Piccolo mondo,
fatto di cartone e panini imbottiti,
di segni di croce
e odore di matite temperate.
Il mondo detta le sue leggi
E tu leggi il poeta del tuo tempo
Che ti commuove una sola volta
Perché hai altro per la testa
Che l’ora di religione.
Spendi due lire per masticare due giorni,
di nascosto,
come i primi tiri di fumo nel cesso,
o il primo sesso in bottiglia.
Vademecum per poveri di spirito
Il ministro del culto
Che fugge isterico
Perché nessuno l’ascolta.

Firenze 8.8.06


La paranza


Tripudio di colori
Dentro le vasche
Dove le nasse
Agitano polpi moribondi.
Colpiscono sorde
Le teste sul selciato
I pescatori prima
Di vendere cara la pelle
E annaffiano di mare e petrolio
Il pesce fresco.
Sulle tracce di un levriero,
che piscia sulla scogliera
dove dormono gli amanti
improvvisati,
si lancia il venditore di mais cotto
Mordendo con gusto
Pane e ricotta.
Le sirene, se mai ci sono state,
non approdano più
sul pontile gonfio di bradisismo
e hanno lasciato il posto
a desolanti traghetti di massa.
Pulizia del golfo in giallo
Sul marrone scuro dell’acqua
Dove galleggia il lercio sentire
Del popolino ingegnoso e virtuoso.
Frutta fresca e pomodori
Sulla svolta del canto
Di “vicolo vecchio”

Firenze 8.8.06


Il Valione


In un battibaleno
La foto si è sbiadita,
lo smilzo non c’è più
e il bravo ragazzo
ha lasciato agli altri
l’eredità della sua furia selvaggia.
Ha il senso di una cappa
Di panna bianca,
Che cola a tutto avvolgere,
questo tempo patinato.
Hai voglia a pensare
Sempre al presente,
tutto sembra
il retroscena di un sogno
un negativo di diapositiva.
Ma erano invece reali
I lazzi e i frizzi dei “monelli”
Che interferivano
Con le traiettorie
Dei portapenne in legno
Abilmente lanciati
Da mani caritatevoli
Spesso giunte in preghiera
o a snocciolare un rosario.
Abbiamo da tempo
Chiuso il libro di storia
E sono muti i dialetti
Sotto la volta dell’imbarcadero
Dove in luglio si festeggiava
Non so quale madonna,
col palo ed il sapone.

Firenze 8.8.06


I casellanti


I ramarri sono verdi
E i cachi gialli
O anche verdi se immaturi
E lungo i binari
C’era un albero
Da arrampicare e gustare
Come una caramella al miele
Ma le api non erano
Affatto d’accordo.
E si giocava a fare i grandi
Scoprendo le carte
Con cautela e giudizio
La freccia scagliata
Finiva nel cestino
Della carta straccia.
E le gambe di Maria
Non erano alla mia portata
Eppure ci ho provato
E la febbre ha forzato
Il mercurio verso l’alto
Mentre è notorio
Che esso scivoli in mille rivoli
Sinuosi e inafferrabili.
Inizia con l’abbaio di un cane
Il gioco a nascondino
Tra le rape e i fusti di benzina,
a tagliarsi ci vuole poco
ma le ferite si coagulano
sotto l’effetto del fango
e il coraggio del guerriero.
Cresce oggi un incolto rigoglio
Tra accenni di mura
E scheletri di piante
Un tempo sempreverdi.

Firenze 8.8.06


L'istitutrice


Mi pare di vedere le luci
Dei fanali di un treno in corsa
E il sordo tamburellare
Dei motori diesel spazia nei cortili
Dell’autorimessa.
Di lontano un orizzonte
Si abbandona a se stesso
Creando i presupposti
Di una notte incantata
Ed io sto qui a versare
Tardi pensieri
Spalmandoli di nostalgia.
Ma le fette di pane
Hanno un sapore zuccheroso
E sono bagnate di acqua santa.
Fanno crescere sani e robusti
I dieci comandamenti
Ma di più i sette peccati capitali
Per chi ha la fortuna di commetterli.
La legnaia è un posto di perdizione
Ed i cattivi sono tutti in fila
In attesa di diventare buoni
Dallo spavento.
Punire per educare
È il principio per eccellenza
Delle buone suore della carità.

Firenze 8.8.06


Le foglie rosse


E mi giravano intorno
Con lentezza
I giorni d’inverno
Come il breve sussurro
Del moto delle mani
Svirgolate e adunche
Sul bordo della mia esistenza
A stringere le poche certezze,
i balli rubati allo studio,
le fughe sotto la pioggia
col timore di scoprire
che l’acqua non bagna più.
Qualcuno cercò di vendermi l’anima
Per quattro soldi
Ma al ritorno la morsa della paura
L’abbandonò a se stessa
E ritornai a viaggiare da solo
Tra la noia di facce assonnate
E vecchi prossimi alla morte.
Eppure non c’era angoscia
Nei momenti di riflessione,
solo un senso di essere nelle cose
come perduto cucchiaio
in una pentola di brodo bollente.
L’ebbrezza della rissa
Nelle mattine agitate
Da slogan e false promesse.
I soprabiti lunghi a nascondere le colpe
Di essere dall’altra parte.
Falso eroe portavo a spasso
La mia violenza
E la spacciavo come alibi
A chi scuoteva il capo.
Si sa che i bempensanti
Accuratamente evitano
I cortei a rischio
E le cariche annunciate.
Sono gli stessi che fasciano di rosa
I giornali della domenica
E non c’è storia in quelle pagine
Utili solo ad avvolgere
Frutta di  stagione
E l’oro degli avi di famiglia.
Eppure ricordo che tintinnava il bicchiere
Ad ogni colpo si annunciava il cambio di piatto
E la catena non si misurava
Dispiegandosi in tutta
La sua drammatica ineluttabilità.
E poi ancora letture proibite
Lasciate incautamente incustodite
Sotto la madia del pane
E la rauca dilettante di canto
Che impostava le note di una canzone
Letteralmente inventata.
Lasciate che io divori la crosta di pane duro
È il solo difetto della mia adolescenza
E non divulgate i segreti
A chi non può capirli.
Sta nascendo lenta
La prima parte del romanzo
E tra le righe si indovina
Il senso del ceppo che stride alla vampa
E del profumo di ragù
Della cucina post-moderna.
Mi incontro in un sogno di mezza estate
Come le sinfonie degli uccelli
Che non hanno però il sol maggiore
Ma rendono l’idea che spacca il buio
Come una lampada a cherosene
Alimentata degli spettri senza blasone
Di questa stirpe di perdenti.
Del resto non c’è modo di sentire la notte sulla pelle
Perché prevale il sonno.
E l’educazione dei padri
Prescrive il ritiro prima del buio
Che a fare l’alba si finisce
Nel calderone dei dannati.

Firenze 8.8.06